giovedì 5 gennaio 2017

1966: la controversia scientifica sulla foto degli astronomi dell'Osservatorio di Kandilli (Istanbul)

[Il testo che segue è pubblicato in anteprima in italiano: comparirà infatti in versione inglese nel n. 3 di "Cielo insolito", rivista di storiografia ufologica, la piccola pubblicazione alla quale collaboro, presumibilmente alla fine del corrente mese di gennaio - G.S.]

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Le osservazioni e il coinvolgimento a vario titolo nelle osservazioni di fenomeni aerei insoliti da parte di astronomi ed astrofili costituiscono un ambito privilegiato per lo storico dell’ufologia.
Permettono di esplorare varie dimensioni: descrizioni sovente assai dettagliate e precise di fenomeni aerei in apparenza anomali; le modalità con le quali esse erano discusse e collocate; il modo con il quale istituzioni pubbliche e private rispondevano e dibattevano al loro interno e fra pari circa eventi che lasciavano perplessi gli osservatori.

Sono in genere occasione di riflessioni su alcuni ambiti – magari minori – della storia dell’astronomia, della sociologia della scienza e della stessa epistemologia.

Queste osservazioni si situano senza difficoltà prima e dopo l’inizio dell’era ufologica contemporanea. Non paiono influenzate in modo decisivo dalla nascita dell’era dei dischi volanti. In qualche misura l’ambito speciale nel quale prendono corpo le fonti le ha “protette” dalle polemiche e dal ridicolo cui persone di formazione e atteggiamento scientifico avrebbero potuto sentirsi esposte.
Forse anche per questo gli storici continuano a recuperarne in gran quantità.

Un caso particolarmente interessante è quello che coinvolse, nel 1966, uno storico osservatorio astronomico turco, l’Osservatorio Kandilli di Istanbul. Esso diede origine ad una breve controversia sulle pagine di due riviste scientifiche.

Per primo occorre collocare in un quadro adeguato l’episodio.

L’Osservatorio Kandilli, oggi “Kandilli Observatory and Earthquake Research Institute” (KOERI), ha una storia lunga e prestigiosa.

La sua fondazione risale al 1868. Fu voluto dal governo ottomano e posto sulla sponda europea di Istanbul. I suoi primi compiti furono di tipo meteorologico. Distrutto nel 1909 da ribelli antigovernativi riaprì nel 1911 nella sua posizione definitiva, il quartiere di Kandilli, sulla sponda asiatica della città proprio lungo il Bosforo, su una collinetta a 120 m s.l.m.

Si svilupparono diversi servizi e uno dei più importanti divenne – lo resterà a lungo – il Servizio di fisica solare. Fu quello ad esser coinvolto nella vicenda che c’interessa. Parte dei dipartimenti dell’Osservatorio, iniziò le sue attività di analisi fotosferiche visive nel 1947.

L’edificio del Servizio di fisica solare dell’Osservatorio di Kandilli nel 1967. E’ probabile che la foto di nostro interesse sia stata ripresa con un telescopio montato nella cupola visibile (dSolar Physics del giugno 1968).

Ai primi del 1965 iniziò ad operare con un filtro H-α, cioè un filtro idrogeno-alfa che serve per trasmettere una gamma dello spettro elettromagnetico centrato sulla lunghezza d’onda H-α (ossia intorno ai 656,3 nm).

Nel 1967 il suo staff era formato da due astronomi, Muammer Dizer (1924-1993) e Erden Soytürk, da due assistenti tecnici e da un addetto alle osservazioni.

La foto che vedete mostra l’edificio del Servizio di fisica solare nel 1967, dunque pressoché coevo all’episodio oggetto di questa ricerca. Quella soprastante è la cupola dalla quale venivano fatte le osservazioni. E’ una foto tratta dall’articolo di Dizer “Kandilli Observatory, Istanbul”, che apparve nel vol. 3 del 1968 della rivista SolarPhysics alle pp. 491-492, così come grazie ad essa sappiamo chi era che vi lavorava in quel periodo.

Fu proprio Muammer Dizer il primo a descrivere su una pubblicazione scientifica che cosa era successo la mattina del 23 agosto 1966.

L'astronomo turco Muammer Dizer (1924-1993)

La notizia comparve sul numero di febbraio 1967 della rivista Sky & Telescope, a p. 123. Dizer riferiva che la mattina di quel giorno, mentre lui ed altri astronomi erano impegnati ad osservare dei brillamenti solari, videro  “due satelliti artificiali” attraversare il disco: ad occhio nudo erano “una macchiolina scura”. Si succedettero a diciassette minuti l’uno dall’altro. 

Del secondo transito alle 09.27 GMT presero una foto, quella che qui riproduco, attraverso un telescopio da 6,3 pollici (16 cm) con diaframma aperto per metà, esposizione di 1/30 di secondo, filtro Halle H-α e pellicola Gevaert Duplo-Pan Rapid da 35 mm. L’immagine mostra il Sole attraverso una regione strettissima dello spettro, centrato a 0,3 angstrom dalla parte a frequenze più elevate della riga idrogeno-alfa.  


Di quale satelliti potesse trattarsi non si diceva niente.


La foto scattata alle 11.27 ora locale del 23 agosto 1966 attraverso un telescopio da 16 cm montato su una cupola dell’Osservatorio di Kandilli, a Istanbul (da Sky & Telescope del febbraio 1968)

Le reazioni di altri astronomi non si fecero attendere: sul numero successivo di Sky & Telescope, quello di marzo, a p. 135 comparve una lettera di Victor J. Slabinski, del Dipartimento di fisica del Case Institute of Technology di Cleveland (Ohio). 

Slabinski era perplesso. Presentava dei calcoli in cui mostrava, sulla base dei dati fotogrammometrici che aveva fatto, che la “macchiolina scura” era lunga 14” d’arco, mentre il disco solare in quel momento sottendeva 31,7’ d’arco. Dunque, quali dimensioni reali doveva avere il presunto satellite?
Se fosse stato a soli 200 km di distanza dalla Terra – il minimo per non decadere – avrebbe avuto almeno 16 m x 12 m di grandezza. Visto che a suo tempo l’oggetto artificiale più grande in orbita era il satellite per telecomunicazioni Echo 2, esso avrebbe dovuto trovarsi a 520 km di quota per produrre l’effetto ripreso da Kandilli. Ciò forniva a Slabinski il valore massimo della quota alla quale avrebbe potuto trovarsi il “satellite”. 

Le inclinazioni di lancio dei razzi Pegasus e di quelli della serie Saturno portavano a immettere in orbita i vettori intorno ai 32°: troppo basse per essere ripresi a Istanbul. I dati NASA per l’agosto 1966 mostravano che le orbite di Echo 2 e del satellite passivo PAGEOS 1, simile per categoria agli Echo, non passavano per quell’area in quella data.
Slabinki riteneva dunque che un satellite statunitense fosse da scartare.

Quanto ai sovietici, il Proton 3, che era stato lanciato il 3 luglio e che era il solo compatibile con le dimensioni dell’oggetto ripreso dall’osservatorio, in quel momento era sul lato opposto della Terra.
Si può concludere – scriveva Slabinski – che l’immagine non è dovuta a nessun satellite artificiale pubblicamente noto.
Escludeva pure un aereo: in questo caso l’immagine era troppo piccola. Un velivolo anche di notevoli dimensioni a 15.000 metri per produrre quella sagoma avrebbe avuto una lunghezza di appena un metro: a quote inferiori sarebbe stato un modellino.

La questione era ulteriormente precisata sul numero di aprile, a p. 212.
Jan Meeus, un olandese, ipotizzava potesse essersi trattato di uccelli o di aerei oppure di palloni meteorologici: per riprendere il corpo, se fosse stato un satellite, ci sarebbe voluta un’esposizione assai più breve di un 1/30 di secondo. Nel rispondere Slabinski precisava ulteriormente cosa impediva di pensare a un satellite: il Sole era alto, quasi allo zenit, e quindi un eventuale satellite avrebbe dovuto viaggiare quasi in senso perpendicolare rispetto al punto di vista degli osservatori. Qualsiasi satellite alla velocità necessaria si sarebbe presentato come una traccia di almeno 70” d’arco, mentre il corpo ripreso ne sottendeva appena 14.  Nello stesso senso argomentava un altro lettore, Alan Harris, dalla California. Contro l’ipotesi aereo Slabinski aveva già scritto. 

Su Sky & Telescope non apparve più nulla sulla piccola controversia. In particolare, gli astronomi turchi non obiettarono alcunché in quella sede.

Il dibattito si spostò su un’altra rivista astronomica, Planetary and Space Science. Lì apparve un altro intervento di un altro astronomo di Istanbul.

Questo secondo periodico aveva con ogni probabilità tempi di approvazione dei testi (il nuovo scritto era giunto alla redazione il 20 giugno ’67) e di pubblicazione più lunghi di quelli di Sky & Telescope – rivolto ad un pubblico in parte differente – e dunque è plausibile che questa fase della discussione non sia stata una conseguenza della prima ma semplicemente una valutazione dell’immagine da un punto di vista diverso dall’altro.

Non a caso il nuovo contributo si dovette al secondo astronomo dell’osservatorio di Kandilli, Erden Soytürk, e non a Dizer. Comparve sul numero di novembre 1967, alle pp. 1799-1800 e il titolo ne spiegava il senso: “Isophote of the Artificial Satellite for Experimental Verification of Astronomical Seeing”. Dunque verteva non tanto sulla natura del fenomeno osservato (peraltro data per assodata) ma sulle possibilità di ripresa fotografica dei satelliti con le tecniche del tempo.

Per questo, il pezzo presentava non solo la foto originale, che abbiamo già visto, ma un’immagine isodensitometrica del negativo, ossia quello che era un sistema allora praticato e per il quale Soytürk forniva diversi esempi di bibliografia scientifica. Il risultato dell’analisi mostrava variazioni di densità, crescenti e decrescenti.

Soytürk comunque non forniva nessun’altra valutazione dell’immagine originale. Era evidente che il peso della sua comunicazione era sulla congruità della tecnica densitometrica.

Slabinski però intervenne anche su quella seconda rivista. Sul numero di giugno 1968 a p. 818 uscì una sua comunicazione in cui mostrava anche lì, menzionando quanto in precedenza presentato da lui e da altri su Sky & Telescope che le conclusioni raggiunte da Soytürk sul seeing atmosferico dei satelliti erano discutibili, dato che quello ripreso non poteva essere un oggetto di quel tipo. 

Per quanto noto a chi scrive la discussione non ebbe ulteriori seguiti. Strictu sensu l’oggetto rimane non identificato, anche se l’esperienza accumulata potrebbe far pensare ad altri casi analoghi in cui la platea delle ipotesi più volte si restrinse al transito di uccelli ad alta quota proiettati contro il disco solare, come per la celeberrima serie fotografica realizzata il 12 e il 13 agosto 1883 presso l’osservatorio messicano di Zacatecas.









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