martedì 7 febbraio 2017

Osservazioni di possibili UFO da parte di astronomi ed astrofili: punti di vista scettici

Il 28 dicembre scorso Pierre Barthélémy, giornalista scientifico che scrive per "Le Monde", ha pubblicato nel suo blog un articolo intitolato Pourquoi certains nients les résultats de la science

A dire il vero l'intervento non intenderebbe discutere gli UFO ma le modalità grazie alle quali un certo numero di persone riesce a rigettare conclusioni derivanti da ricerche scientifiche controllate e di qualità elevata.

I "refrattari" che Barthélémy prende in considerazione sono "tutti coloro che non si riesce a convincere sulla base dei fatti", non i più disinformati o quelli con formazione scientifica particolarmente bassa. Insomma, persone che ad un primo approccio si sarebbero potute considerare un pubblico "buono" per il ragionamento scientifico.

In realtà, argomenta Barthélémy, studi come quello pubblicato nel 2014  dallo psicologo Dan Kahan, dell'Università di Yale, indicano che a questo esito cattivo contribuiscono meccanismi psicologico-sociali più intricati di quanto si potrebbe pensare.

Kahan ha studiato un gruppo di soggetti statunitensi cui è stato chiesto se siano convinti che il riscaldamento globale si debba soprattutto all'utilizzo dei combustibili fossili.

Ebbene, mentre i risultati complessivi dello studio erano congruenti con le aspettative (gli "scettici" sul riscaldamento globale si collocavano per la maggior parte nei percentili di popolazione a più bassa cultura scientifica), essi cambiavano in modo altamente significativo quando si separavano i partecipanti secondo la loro opinione politica.

In questo caso, mentre per gli elettori democratici la tendenza generale era confermata (alta cultura scientifica = alta adesione alla convinzione che il riscaldamento globale dipenda in larga misura da cause antropiche), nel caso degli elettori repubblicani la curva s'invertiva e le persone diventavano più scettiche sul riscaldamento globale al crescere del loro livello di conoscenze scientifiche.

Conclusione di Kahan: ciò che influenza il nostro consenso nei confronti dei risultati della ricerca scientifica è il rischio che una parte di essa (quella che riguarda questioni socialmente più sensibili) ci allontani e ci separi dal nostro gruppo sociale e psicologico di riferimento.

Quando si delinea quel rischio, sarebbero proprio le persone ad alta cultura scientifica a preferire il rafforzamento dell'adesione al proprio gruppo (parte politica, confessione religiosa, associazione, ecc.) rispetto all'adozione dei risultati degli studi scientifici.

Il fatto è che a questo punto del suo ragionamento Barthélémy inserisce gli UFO. Lo fa utilizzando a suo sostegno le due esperienze occorse ad un astrofisico canadese, John Woolley. In realtà, nel farlo il giornalista riprende quanto aveva scritto in un altro suo blog già parecchi anni fa, nel settembre 2010.

A quanto pare il racconto di Woolley usato dal blogger francese in origine risale al giugno del 2010. Si trattava di un pezzo dello scienziato pubblicato sul sito di un gruppo di scettici della città canadese di Edmonton (edmontonskeptics.com).

Il sito sembra essere ormai scomparso, ma quella fonte è reperibile su diversi siti scettici (ad esempio qui) che l'hanno ripresa per parlare  dell'asserita mancanza di osservazioni di fenomeni aerei non identificati da parte di astronomi ed astrofili.

Riassumo in sintesi i due episodi occorsi a Woolley.

Il primo caso è collocato alla metà degli anni '70. Lo scienziato lavorava presso il Gruppo di Astrofisica dell'Università dell'Alberta, che si trova appunto ad Edmonton.

Installato un nuovo e più moderno telescopio ottico, quello obsoleto fu trasferito in città, in una cupola posta sul tetto del Dipartimento di Fisica e lì utilizzato per corsi di astronomia aperti al pubblico. Al venerdì c'erano delle sessioni di osservazione, e fu dopo la fine di una di queste che Woolley e uno studente del quarto anno videro un gruppo di "UFO" bianchi e rotondi passare rapidamente sopra di loro e sparire in pochi secondi. Erano disposti in formazione a diamante. I due si misero a guardare il cielo nella speranza di rivedere quegli oggetti che li avevano così sorpresi e che non erano riusciti a identificare.

A questo punto del suo resoconto, Woolley chiedeva al lettore di supporre che l'esperienza si fosse conclusa lì e proponeva - in modo del tutto condivisibile - che ai testimoni fosse posta una serie di domande dettagliate, domande alle quali peraltro - a causa della brevità e del buio in cui si era svolta l'osservazione - anche a lui e allo studente sarebbe stato difficile rispondere in maniera utile.

Ma ecco che invece gli "UFO" ricomparvero. Dopo qualche passaggio sopra di loro,  i due si resero conto che si trattava soltanto di piccioni con il ventre chiaro illuminato dai lampioni stradali.

Solo il superamento di un filtro psicologico che collocava gli oggetti nella categoria degli "UFO"  aveva permesso loro, scriveva Woolley, di risolvere in modo convenzionale la vicenda.

Ora il secondo episodio. Qualche tempo dopo quel primo fatto - di nuovo sullo stesso tetto ma stavolta durante una lezione per il pubblico - al passaggio dell'ennesimo UFO-piccione un adolescente si convinse di aver visto qualcosa d'inspiegabile. Per quanti tentativi facesse, Woolley non riuscì a convincere il quattordicenne che aveva appena visto un uccello illuminato da luci artificiali ed anzi si beccò l'accusa di essere parte della cospirazione globale per nascondere la verità.

Ora, a me pare che i difetti del ragionamento di Barthélémy stiano in questo: in primo luogo, impiega un resoconto (quello di Woolley) che non riguarda in modo specifico quanto da lui sottolineato prima (la sorprendente inversione della curva dello scetticismo sul riscaldamento globale riscontrato in un sottogruppo sociale ad alta cultura scientifica).

Inoltre, nel primo avvistamento (i piccioni dell'astronomo e dello studente di fisica), l'ambiguità dell'esperienza è sciolta in pochissimo tempo dal ritorno dello stimolo (gli ucccelli) e - forse - anche da condizioni osservative lievemente mutate rispetto a poco prima (distanze, angoli d'illuminazione differenti).

In modo implicito Woolley presuppone che le domande giuste e la possibilità di ripetere l'osservazione possa risolvere gli altri avvistamenti come hanno risolto la sua.

Per pensare che questo racconto abbia a che fare con quanto Barthélémy presenta bisognerebbe compiere un'inferenza piuttosto ardita: quella per la quale le persone ad alta cultura scientifica (ad esempio astronomi ed astrofili) che hanno fatto osservazioni di possibili fenomeni UFO non abbiano potuto fare come Woolley o che, in alternativa - come nello studio di Kahan - che la loro appartenenza al gruppo sociale degli "scienziati" (chiamiamolo così per semplificare) in quelle occasioni possa esser stata messa in ombra da altre convinzioni che, per vari ordini di motivi socio-psicologici, preferivano confermare.

Il secondo racconto di Woolley, poi, è usato solo a fini di conferma del primo e quasi per motivi retorici. Il posto è lo stesso, gli stimoli sono gli stessi (i piccioni), ma il testimone incoercibile è un ragazzo incline al cospirazionismo alieno, non uno scienziato o addirittura un astronomo.

E' giusto obiettare alle argomentazioni degli ufologi (e io mi riferisco solo a quelli razionali) che una sfilza di aneddoti non è sufficiente a trasformarli in dati, ma questo deve valere per tutti - anche per chi presenta aneddoti che vanno in altra direzione.

Il problema del rapporto fra astronomi, astrofili e fenomeni aerei non identificati è formulabile in termini semplici.

Esiste un piccolo flusso di testimonianze da parte di questi gruppi di testimoni non spiegabile prima facie in termini convenzionali.

Al contrario di ciò che pensano gli ingenui, astronomi ed astrofili sbagliano anche loro e proprio nel guardare il cielo, ma in genere le loro osservazioni di potenziali fenomeni atmosferici sconosciuti alle attuali conoscenze scientifiche sono di buona qualità.
Argomentare contro di ciò in via deduttiva e su base generalissima come fa Barthélémy non è sufficiente.

Occorre affrontare la casistica in modo empirico per poter escludere cause (chiamiamole così) "eccezionali".

Sulla casistica si concentrerà prossimamente la mia attenzione. Non per convincere nessuno di alcunché ma per spronare alla ricerca.





lunedì 23 gennaio 2017

1924: un'occultazione stellare "anomala"?

L'americano Garrett P. Serviss (1851-1929) non fu in senso stretto un astronomo. Laureatosi in scienze alla Cornell University, probabilmente avrebbe intrapreso quella carriera se non si fosse scoperto una grande vocazione per la divulgazione dell'astronomia. Scriverà libri e terrà innumerevoli conferenze collaborando intanto alla stampa quotidiana. Sarà comunque un astrofilo, ma in 
sostanza la sua fama la si dovrà alla popolarizzazione dell'astronomia. 

Garrett P. Serviss nel novembre del 1925, non molto tempo prima dell'articolo qui esaminato (fonte: Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti - pubblico dominio)

In tutto ciò, bisogna dire  che Serviss fu anche uno scrittore di racconti di fantascienza di una certa notorietà, comprensivi di visite extraterrestri alla Terra e di viaggi alla scoperta degli abitanti degli altri mondi (fra tutti,  Edison's Conquest of Mars, del 1898, con tutti i suoi disegni dei vari tipi di marziani e di abitanti di Cerere e The Moon Maiden, del 1915, nel quale i seleniti da tempo immemore guidano in segreto la Terra).    

Come divulgatore scrisse innumerevoli pezzi per la stampa quotidiana e periodica. I suoi colloqui con astrofili e lettori appassionati del cielo che gli scrivevano devono essere una miniera di notizie potenzialmente di grande interesse per il Progetto Clear Skies.

Una di queste apparve sul quotidiano della Louisiana "New Orleans States" del 1° gennaio 1927. Io possiedo solo quella fonte, ma è plausibile che gli interventi di Serviss fossero syndicated, cioè pubblicati in contemporanea su un gran numero di testate di vari gruppi e proprietà. 

Stars On The Moon si apre con una brevissima lettera inviata da un certo J. P. M., di Chicago, evidentemente avvezzo alle osservazioni della volta celeste. 

Nell'autunno del 1924, verso le 4 del mattino, chi scriveva aveva visto una "stella brillante" all'interno del disco lunare allora all'ultimo quarto, sovrapposta alla parte scura del satellite.  J. P. M. diceva di aver osservato la Luna scorrere lentamente allontanandosi dalla stella. Nessun altro particolare, ma, rendendosi conto dell'impossibilità di ciò che gli era apparso, costui chiedeva come si potesse spiegare la sua esperienza.

La replica del giornalista astronomico è piuttosto lunga. Parte da un evidente presupposto. Quella che J. P. M. aveva visto era una stella. Altre possibilità (anche soltanto che si trattasse di un qualche tipo di aerostato) non sono contemplate.

Ecco come procede il ragionamento di Serviss. In primo luogo egli riproduce lo schizzo del fenomeno mandatogli dall'appassionato osservatore del cielo. Ne appare particolarmente colpito, perché sarà proprio quella rappresentazione grafica a metterlo in difficoltà. 

E' proprio quella impossibilità che desume dal disegno che lo spingerà a ciò che lo interessa: mostrare "l'importanza di un'estrema attenzione nell'osservazione di apparizioni insolite nei cieli" per evitare di ricadere in convinzioni superstiziose da relegare nel passato.

Doveva essersi trattato di un'occultazione, ma - scriveva Serviss - supponendo che l'occultazione fosse avvenuta lungo il diametro della Luna, la presunta stella avrebbe dovuto comparire ad un punto posto a circa 3/4 del diametro angolare della Luna rispetto al centro della parte concava dell'arco di Luna illuminato, dunque ben oltre la linea immaginaria che congiungeva i due corni della Luna. 

Invece, il disegno inviato da J. P. M. mostrava la stella nella parte centrale del disco, comunque nella zona scura e pressoché lungo la linea che correva idealmente unendo l'estremità dei due corni. 
La causa di quell'occultamento anomalo doveva essere un'altra. 

Dapprima Serviss prendeva in esame la possibilità che la posizione della stella fosse sbagliata a causa della rifrazione atmosferica, in grado di spostare gli oggetti fino mezzo grado, cioè sino a una misura quasi paragonabile a quelle della Luna piena, ma questo soltanto in senso verticale, mentre il problema della "nostra" stella era quello di un eventuale slittamento in senso orizzontale. 
Un fenomeno di rifrazione della luce era dunque scartato. 

Per questo, il fenomeno doveva essere ascritto a un visual deceptive judgement. 

Questo inganno era sostenuto "senza dubbio" in qualche misura da un fenomeno di irradiazione, ossia dall'ingrandimento apparente di un oggetto luminoso o brillante per luce riflessa posto contro uno sfondo scuro. In questo modo le punte dei due corni lunari dovevano apparire più lunghi e la stella perciò più all'interno della falce di quanto era in realtà. Per evitare queste illusioni, registrate un gran numero di volte, era sufficiente tenere un righello o altro oggetto allungato fra le punte dai due corni, in modo da far risultare evidente che la stella si trova al di fuori della parte buia del disco lunare, non al suo interno.

C'è un'altra parte della risposta di Serviss che merita attenzione da parte degli appassionati di anomalie nelle osservazioni ottiche astronomiche. Quella in cui accenna ad anomalous appearances registrate nelle parti iniziali e finali delle occultazioni stellari da parte della Luna. Il fatto che a volta le stelle sembrassero "indugiare" al bordo della Luna prima di "immergersi" dietro la parte oscura, oppure apparire e scomparire, o anche rimanere visibili per breve tempo oltre l'inizio della parte buia.
Allora gli potevano apparire prive di una settled explanation, ma oggi sappiamo che esse dipendevano dall'accuratezza con la quale eravamo in grado di misurare il profilo lunare sino a non troppi anni fa (accuratezza non superiore a 0.2") e da qui la difficoltà estrema a verificare la fase radente delle occultazioni - o le dinamiche delle occultazioni radenti tout court. 

E' stata solo la missione spaziale giapponese SELENE, nel 2007, a migliorare in maniera estrema le cose ridisegnando i bordi lunari sino a precisioni impensabili pochi anni prima. 

Purtroppo la scarna missiva di J. P. M. non ci dice in quanto tempo lo scorrimento del disco lunare "dietro" la stella avvenne, in che direzione, quanta parte del disco lunare riguardò. E' plausibile che Serviss avesse ragione a spiegare l'occultazione anomala in termini di irradiazione della luce dei due corni, ma senza dettagli ulteriori sulla testimonianza non si può dire nulla di più. 

E' comprensibile che Serviss non prenda in considerazione cause diverse da quella astronomica combinata con l'ottica - in altri termini, la possibilità che quello visto da J. P. M. fosse un corpo interposto fra lui e il disco lunare. Sulla base di ciò che sappiamo qualsiasi speculazione ulteriore sarebbe irrazionale, ma la casistica di questo tipo - in specie quella dovuta ad astronomi ed astrofili - è assai vasta. 

Quella che conosciamo, anzi, è probabilmente una frazione irrilevante di quanto giace sepolto in riviste e bollettini astronomici di tutto il mondo. 



    

giovedì 5 gennaio 2017

1966: la controversia scientifica sulla foto degli astronomi dell'Osservatorio di Kandilli (Istanbul)

[Il testo che segue è pubblicato in anteprima in italiano: comparirà infatti in versione inglese nel n. 3 di "Cielo insolito", rivista di storiografia ufologica, la piccola pubblicazione alla quale collaboro, presumibilmente alla fine del corrente mese di gennaio - G.S.]

                                                                                  *     *      *

Le osservazioni e il coinvolgimento a vario titolo nelle osservazioni di fenomeni aerei insoliti da parte di astronomi ed astrofili costituiscono un ambito privilegiato per lo storico dell’ufologia.
Permettono di esplorare varie dimensioni: descrizioni sovente assai dettagliate e precise di fenomeni aerei in apparenza anomali; le modalità con le quali esse erano discusse e collocate; il modo con il quale istituzioni pubbliche e private rispondevano e dibattevano al loro interno e fra pari circa eventi che lasciavano perplessi gli osservatori.

Sono in genere occasione di riflessioni su alcuni ambiti – magari minori – della storia dell’astronomia, della sociologia della scienza e della stessa epistemologia.

Queste osservazioni si situano senza difficoltà prima e dopo l’inizio dell’era ufologica contemporanea. Non paiono influenzate in modo decisivo dalla nascita dell’era dei dischi volanti. In qualche misura l’ambito speciale nel quale prendono corpo le fonti le ha “protette” dalle polemiche e dal ridicolo cui persone di formazione e atteggiamento scientifico avrebbero potuto sentirsi esposte.
Forse anche per questo gli storici continuano a recuperarne in gran quantità.

Un caso particolarmente interessante è quello che coinvolse, nel 1966, uno storico osservatorio astronomico turco, l’Osservatorio Kandilli di Istanbul. Esso diede origine ad una breve controversia sulle pagine di due riviste scientifiche.

Per primo occorre collocare in un quadro adeguato l’episodio.

L’Osservatorio Kandilli, oggi “Kandilli Observatory and Earthquake Research Institute” (KOERI), ha una storia lunga e prestigiosa.

La sua fondazione risale al 1868. Fu voluto dal governo ottomano e posto sulla sponda europea di Istanbul. I suoi primi compiti furono di tipo meteorologico. Distrutto nel 1909 da ribelli antigovernativi riaprì nel 1911 nella sua posizione definitiva, il quartiere di Kandilli, sulla sponda asiatica della città proprio lungo il Bosforo, su una collinetta a 120 m s.l.m.

Si svilupparono diversi servizi e uno dei più importanti divenne – lo resterà a lungo – il Servizio di fisica solare. Fu quello ad esser coinvolto nella vicenda che c’interessa. Parte dei dipartimenti dell’Osservatorio, iniziò le sue attività di analisi fotosferiche visive nel 1947.

L’edificio del Servizio di fisica solare dell’Osservatorio di Kandilli nel 1967. E’ probabile che la foto di nostro interesse sia stata ripresa con un telescopio montato nella cupola visibile (dSolar Physics del giugno 1968).

Ai primi del 1965 iniziò ad operare con un filtro H-α, cioè un filtro idrogeno-alfa che serve per trasmettere una gamma dello spettro elettromagnetico centrato sulla lunghezza d’onda H-α (ossia intorno ai 656,3 nm).

Nel 1967 il suo staff era formato da due astronomi, Muammer Dizer (1924-1993) e Erden Soytürk, da due assistenti tecnici e da un addetto alle osservazioni.

La foto che vedete mostra l’edificio del Servizio di fisica solare nel 1967, dunque pressoché coevo all’episodio oggetto di questa ricerca. Quella soprastante è la cupola dalla quale venivano fatte le osservazioni. E’ una foto tratta dall’articolo di Dizer “Kandilli Observatory, Istanbul”, che apparve nel vol. 3 del 1968 della rivista SolarPhysics alle pp. 491-492, così come grazie ad essa sappiamo chi era che vi lavorava in quel periodo.

Fu proprio Muammer Dizer il primo a descrivere su una pubblicazione scientifica che cosa era successo la mattina del 23 agosto 1966.

L'astronomo turco Muammer Dizer (1924-1993)

La notizia comparve sul numero di febbraio 1967 della rivista Sky & Telescope, a p. 123. Dizer riferiva che la mattina di quel giorno, mentre lui ed altri astronomi erano impegnati ad osservare dei brillamenti solari, videro  “due satelliti artificiali” attraversare il disco: ad occhio nudo erano “una macchiolina scura”. Si succedettero a diciassette minuti l’uno dall’altro. 

Del secondo transito alle 09.27 GMT presero una foto, quella che qui riproduco, attraverso un telescopio da 6,3 pollici (16 cm) con diaframma aperto per metà, esposizione di 1/30 di secondo, filtro Halle H-α e pellicola Gevaert Duplo-Pan Rapid da 35 mm. L’immagine mostra il Sole attraverso una regione strettissima dello spettro, centrato a 0,3 angstrom dalla parte a frequenze più elevate della riga idrogeno-alfa.  


Di quale satelliti potesse trattarsi non si diceva niente.


La foto scattata alle 11.27 ora locale del 23 agosto 1966 attraverso un telescopio da 16 cm montato su una cupola dell’Osservatorio di Kandilli, a Istanbul (da Sky & Telescope del febbraio 1968)

Le reazioni di altri astronomi non si fecero attendere: sul numero successivo di Sky & Telescope, quello di marzo, a p. 135 comparve una lettera di Victor J. Slabinski, del Dipartimento di fisica del Case Institute of Technology di Cleveland (Ohio). 

Slabinski era perplesso. Presentava dei calcoli in cui mostrava, sulla base dei dati fotogrammometrici che aveva fatto, che la “macchiolina scura” era lunga 14” d’arco, mentre il disco solare in quel momento sottendeva 31,7’ d’arco. Dunque, quali dimensioni reali doveva avere il presunto satellite?
Se fosse stato a soli 200 km di distanza dalla Terra – il minimo per non decadere – avrebbe avuto almeno 16 m x 12 m di grandezza. Visto che a suo tempo l’oggetto artificiale più grande in orbita era il satellite per telecomunicazioni Echo 2, esso avrebbe dovuto trovarsi a 520 km di quota per produrre l’effetto ripreso da Kandilli. Ciò forniva a Slabinski il valore massimo della quota alla quale avrebbe potuto trovarsi il “satellite”. 

Le inclinazioni di lancio dei razzi Pegasus e di quelli della serie Saturno portavano a immettere in orbita i vettori intorno ai 32°: troppo basse per essere ripresi a Istanbul. I dati NASA per l’agosto 1966 mostravano che le orbite di Echo 2 e del satellite passivo PAGEOS 1, simile per categoria agli Echo, non passavano per quell’area in quella data.
Slabinki riteneva dunque che un satellite statunitense fosse da scartare.

Quanto ai sovietici, il Proton 3, che era stato lanciato il 3 luglio e che era il solo compatibile con le dimensioni dell’oggetto ripreso dall’osservatorio, in quel momento era sul lato opposto della Terra.
Si può concludere – scriveva Slabinski – che l’immagine non è dovuta a nessun satellite artificiale pubblicamente noto.
Escludeva pure un aereo: in questo caso l’immagine era troppo piccola. Un velivolo anche di notevoli dimensioni a 15.000 metri per produrre quella sagoma avrebbe avuto una lunghezza di appena un metro: a quote inferiori sarebbe stato un modellino.

La questione era ulteriormente precisata sul numero di aprile, a p. 212.
Jan Meeus, un olandese, ipotizzava potesse essersi trattato di uccelli o di aerei oppure di palloni meteorologici: per riprendere il corpo, se fosse stato un satellite, ci sarebbe voluta un’esposizione assai più breve di un 1/30 di secondo. Nel rispondere Slabinski precisava ulteriormente cosa impediva di pensare a un satellite: il Sole era alto, quasi allo zenit, e quindi un eventuale satellite avrebbe dovuto viaggiare quasi in senso perpendicolare rispetto al punto di vista degli osservatori. Qualsiasi satellite alla velocità necessaria si sarebbe presentato come una traccia di almeno 70” d’arco, mentre il corpo ripreso ne sottendeva appena 14.  Nello stesso senso argomentava un altro lettore, Alan Harris, dalla California. Contro l’ipotesi aereo Slabinski aveva già scritto. 

Su Sky & Telescope non apparve più nulla sulla piccola controversia. In particolare, gli astronomi turchi non obiettarono alcunché in quella sede.

Il dibattito si spostò su un’altra rivista astronomica, Planetary and Space Science. Lì apparve un altro intervento di un altro astronomo di Istanbul.

Questo secondo periodico aveva con ogni probabilità tempi di approvazione dei testi (il nuovo scritto era giunto alla redazione il 20 giugno ’67) e di pubblicazione più lunghi di quelli di Sky & Telescope – rivolto ad un pubblico in parte differente – e dunque è plausibile che questa fase della discussione non sia stata una conseguenza della prima ma semplicemente una valutazione dell’immagine da un punto di vista diverso dall’altro.

Non a caso il nuovo contributo si dovette al secondo astronomo dell’osservatorio di Kandilli, Erden Soytürk, e non a Dizer. Comparve sul numero di novembre 1967, alle pp. 1799-1800 e il titolo ne spiegava il senso: “Isophote of the Artificial Satellite for Experimental Verification of Astronomical Seeing”. Dunque verteva non tanto sulla natura del fenomeno osservato (peraltro data per assodata) ma sulle possibilità di ripresa fotografica dei satelliti con le tecniche del tempo.

Per questo, il pezzo presentava non solo la foto originale, che abbiamo già visto, ma un’immagine isodensitometrica del negativo, ossia quello che era un sistema allora praticato e per il quale Soytürk forniva diversi esempi di bibliografia scientifica. Il risultato dell’analisi mostrava variazioni di densità, crescenti e decrescenti.

Soytürk comunque non forniva nessun’altra valutazione dell’immagine originale. Era evidente che il peso della sua comunicazione era sulla congruità della tecnica densitometrica.

Slabinski però intervenne anche su quella seconda rivista. Sul numero di giugno 1968 a p. 818 uscì una sua comunicazione in cui mostrava anche lì, menzionando quanto in precedenza presentato da lui e da altri su Sky & Telescope che le conclusioni raggiunte da Soytürk sul seeing atmosferico dei satelliti erano discutibili, dato che quello ripreso non poteva essere un oggetto di quel tipo. 

Per quanto noto a chi scrive la discussione non ebbe ulteriori seguiti. Strictu sensu l’oggetto rimane non identificato, anche se l’esperienza accumulata potrebbe far pensare ad altri casi analoghi in cui la platea delle ipotesi più volte si restrinse al transito di uccelli ad alta quota proiettati contro il disco solare, come per la celeberrima serie fotografica realizzata il 12 e il 13 agosto 1883 presso l’osservatorio messicano di Zacatecas.









martedì 20 dicembre 2016

1958: gli astronomi, gli astrofili e gli "oggetti strani" sul Nord-Est d'Italia

Il 5 novembre, a Bologna ho tenuto una relazione per il 31° Convegno nazionale di ufologia, il congresso annuale del Centro Italiano Studi Ufologici.

Ho presentato alcuni spunti su un'ondata di avvistamenti di presunti UFO che si verificò nel nord-est italiano e in particolare in Friuli nell'estate del 1958. 

A partire dai primi di agosto di quell'anno e almeno sino alla fine del mese, i quotidiani locali e poi anche molti giornali e periodici di altre parti d'Italia diedero grande enfasi alle notizie sui passaggi di vari corpi luminosi visti in cielo nelle ore serali e notturne.

Per ora la nostra documentazione è costituita in larghissima parte dalla stampa del tempo (però ci sono pure alcuni documenti di fonte militare statunitense, quelli del Progetto Blue Book dell'USAF), ma possiamo già dire che centinaia se non migliaia di persone di ogni tipo raccontarono di aver visto quelli che i titoli di solito chiamarono "l'oggetto misterioso" oppure "gli oggetti misteriosi".

Lo studio è ancora in una fase iniziale, ma il lavoro riguarda anche il Progetto Clear Skies, perché al centro del clamore suscitato da questa ondata vi furono soprattutto astronomi ed astrofili

Sembra comunque che dapprima sia stato uno studioso di scienze della terra, il geologo Dino Di Corbertaldo (1910-1972), che insegnò presso le Università di Padova e di Milano ma che al tempo dei fatti era direttore della Società Mineraria del Predil, presso Tarvisio, a mettere in allarme a partire dal 9 agosto 1958 l'opinione pubblica friulana. Quel giorno, infatti riferì per la prima volta i suoi avvistamenti e riprese fotografiche di un corpo volante luminoso visibile da Udine e dintorni quasi ogni sera sin dal mese di luglio ma con transito ogni volta anticipato di qualche minuto.

Dino Di Corbertaldo (1910-1972)

E fu ancora Di Corbertaldo, intorno al 14 agosto, a coinvolgere gli astronomi nella faccenda. Fu lui a contattare l'Osservatorio astronomico di Trieste inviando una relazione scritta su quanto vedeva e sperando così di ottenere un chiarimento.
Probabilmente fu in questo modo che alla questione s'interessò il direttore di quell'osservatorio, l'astronomo Ettore Leonida Martin (1890-1966).


Ettore Leonida Martin (1890-1966)


Di Corbertaldo inviterà a Udine gli astronomi ed i tecnici di Trieste, ma quelli sembra abbiano preferito non andare. All'inizio da Trieste non riusciranno a vedere niente. Poi però Martin scorgerà qualcosa, seguito da altri tecnici e dall’astronomo Alberto Abrami (1924-1999), che riterrà di avere osservato e fotografato un oggetto volante diverso da quello descritto con cura nelle sue traiettorie da Di Corbertaldo.

Il 22 agosto, mentre si trova per un congresso a Venezia, fuori dalla sua sede abituale, Ettore Martin dichiarerà alla stampa che l’oggetto misterioso segnalato dal geologo e da tanti altri era da identificarsi con il razzo vettore dello Sputnik 3, il grande satellite sovietico lanciato il 15 maggio di quell'anno. Di Corbertaldo il giorno dopo rilascerà alla stampa dichiarazioni analoghe.

Ecco una sequenza fotografica del corpo ripreso da Di Corbertaldo.
Così apparve sui quotidiani italiani del 23 agosto 1958 la sequenza fotografica fornita dal geologo.


Ma era troppo tardi. Gli avvistamenti da parte del pubblico generale e anche da parte di altri appassionati di astronomia si erano moltiplicati e - per quanto possibile desumere dalle cronache - essi descrivevano fenomeni a volte difficilmente riconducibili ai passaggi di un pezzo del missile sovietico. Insomma, una vera e propria serie di avvistamenti in cui alcuni scienziati friulani funzionarono da involontari catalizzatori e accentratori di notizie di avvistamenti che giungevano da altre parti.

Ma c'è dell'altro. Sappiamo che altri appassionati di cose del cielo si attivarono per cercare di osservare per conto loro i fenomeni di cui tanto si parlava.

A Grado, in provincia di Pordenone, un gruppo di astrofili di cui forse era membro un certo ingegner Stefanon, più volte menzionato in relazione a questa sfaccettatura della storia, predispose una campagna di rilevazioni sistematiche grazie all'uso di una serie di fotocamere poste a distanza di parecchi chilometri l'una dall'altra. Tale iniziativa sarebbe stata coronata dal successo sia sul piano degli avvistamenti ottici sia delle riprese su pellicola.

Sappiamo poi che gli astronomi furono sollecitati a fornire i loro dati anche da altre parti - delle parti per niente ovvie.

Secondo un documento d’archivio del Progetto Blue Book dell'Aeronautica statunitensi al culmine dell'attenzione mediatica per l'ondata l'addetto aeronautico presso l'ambasciata americana a Roma scrisse a tutti gli osservatori astronomici del nord Italia per chiedere a ciascuno di essi notizie su loro eventuali avvistamenti dell’"oggetto misterioso", forse per cercare di verificare la possibilità che si trattasse davvero di uno o più veicoli orbitali sovietici. Se vi siano state risposte al momento lo ignoriamo, così come per ora non sappiamo se in altre parti del Paese l'eco di quelle notizie ebbe ulteriore risonanza in ambito astronomico. 

Oggi il Progetto Clear Skies dispone di circa sessantacinque fonti di stampa del tempo e di alcuni documenti provenienti dagli archivi dell'aeronautica americana (dall'archivio dell'Osservatorio di Trieste ho avuto la gentile risposta che presso di loro non risulta conservata nessuna documentazione), ma le nostre conoscenze sul coinvolgimento degli astronomi e degli astrofili nell'ondata dell'estate 1958 restano ancora frammentarie e le ricerche sono destinate ad ampliarsi ed a puntare in modo mirato ad alcuni archivi pubblici e privati.

Ci sono senza alcun dubbio parecchi  altri aspetti di ordine più generale da indagare. Eccone due esempi. 

La nostra ondata si svolse durante l’Anno Geofisico Internazionale (1 luglio 1957 – 31 dicembre 1958), che vide uno sforzo colossale e congiunto di scienziati di tutto il mondo per studiare l’alta atmosfera. Abbiamo indicazioni ancora troppo precarie, ma pare che in quei diciotto mesi fu fatto un gran numero di avvistamenti di fenomeni aerei insoliti. Di essi si occupò, non è chiaro in che misura, l’astrofisico e ufologo Joseph Allen Hynek (1910-1986).

     L’Anno Geofisico e i lanci dei primi satelliti avvenuti dall’ottobre 1957 indussero in tutto il mondo un’enorme quantità di sforzi per cercare di seguire con strumenti ottici i transiti di quei velivoli. L’attenzione degli astrofili era al suo massimo e ciò produsse, per conseguenza, una quantità assai elevata di osservazioni di potenziali UFO. Per il 1957 il Progetto Clear Skies annovera 45 casi (7 dei quali italiani) e per il 1958 ne dispone di 26 (7 dei quali italiani, tutti nel nord-est): livelli quantitativi che saranno raggiunti assai di rado, in seguito, dal nostro catalogo.  

Una cosa che tutti (in particolare chi abita in Friuli) potete fare è documentare meglio la copertura giornalistica dei fatti e in specie quella concernente gli astronomi e gli astrofili.

Finora non siamo stati in grado di effettuare un controllo sistematico del quotidiano triestino "Il Piccolo" per il mese di agosto 1958. Quel giornale dovrebbe essere ricco di notizie inedite e scovarle e farle riprodurre presso una biblioteca che dispone della raccolta del "Piccolo" dovrebbe prendervi non più di un pomeriggio - e farvi divertire molto. 

Se volete collaborare a documentare meglio ciò che accadde rivolgetevi al coordinatore del Progetto Clear Skies, Giuseppe Stilo.

L'intenzione è di pubblicare un lavoro complessivo sull'ondata friulana del 1958. Il ruolo svolto da astronomi ed astrofili, se meglio chiarito, sarà una parte importante di quello studio.



lunedì 5 dicembre 2016

Guido Horn d'Arturo (1879-1967): una sua osservazione del 1912

Guido Horn d'Arturo (1879-1967) è un astronomo che riveste un posto d'onore nella storia dei fenomeni aerei insoliti in Italia.

Triestino e combattente della Prima Guerra Mondiale, nel 1921 fu chiamato a dirigere l'Osservatorio di Bologna e lì ebbe la possibilità di far erigere una nuova sede in collina, a Loiano. Il tipo di telescopio Zeiss che vi fece installare negli anni '30 del XX secolo fece di Loiano uno dei punti di forza della ricerca astronomica italiana.

Al contempo ebbe un'altra intuizione che si rivelerà importante per la nostra piccola storia: quella di pubblicare un periodico astronomico divulgativo ma che al tempo stesso raccogliesse con generosità contributi e notizie più o meno significativi che giungessero dagli astrofili, anche da quelli non di particolare capacità.

Fu così che nel 1932 nacque "Coelum", un bimestrale che in varia forma visse sino al 1986 (nell'autunno del '54 era andato in pensione come astronomo) e che Horn dirigerà sino alla sua morte.

Fin dagli inizi "Coelum" fu segnato dall'interesse che Horn aveva per le osservazioni di fenomeni meteorologici e astronomici insoliti: nubi nottilucenti, fulmini globulari, altri fenomeni luminosi.

Sulle pagine di "Coelum" troverà spazio, ad esempio, anche un artista e astrofilo fiorentino di origine svizzera, Ernesto "Thayaht" Michahelles (1893-1959), che nei suoi interessi poliedrici dalla fine degli anni '30 si era volto anche alle osservazioni astronomiche e che dal 1954 diventerà un ufologo attivo.

Quando nell'estate del 1947 sorse il fenomeno dei "dischi volanti" l'evidenza indica che Horn d'Arturo se ne interessò subito. Vi diede spazio su "Coelum" in maniera sorprendente già dalla fine dell'anno e continuerà a parlarne per diversi anni, sia pure in maniera critica, così come concederà spazio ad altre notizie su eventi atmosferici dall'origine dubbia - ad esempio alla grande ondata di presunti "fenomeni solari" che interessò l'Italia fra il 1947 ed il '48.

Si sa per certo che Horn (aggiungerà legalmente il nome d'Arturo solo dopo la Prima Guerra Mondiale) si documentò sul fenomeno abbonandosi alla rivista specializzata inglese "Flying Saucer Review", che prese ad uscire nel 1955.


Guido Horn d'Arturo in età matura.


In anni a noi più prossimi parve assumere posizioni più scettiche sull'intera questione ufologica. Quello che però era ignoto agli studiosi è che Horn fu sin dalla prima fase della sua attività scientifica testimone e relatore attento di possibili anomalie atmosferiche.

L'episodio di cui ci occupiamo risale al 1912, quando l'uomo era da meno di un anno astronomo aggiunto presso l'Osservatorio dell'Università di Bologna.

L'osservazione di Horn fu pubblicata dall'Astronomische Nachrichten, rivista tedesca di astronomia d'incredibile longevità (esce dal 1821) in un tempo in cui ancora il tedesco era una lingua rilevante per le scienze naturali. Come succedeva allora, era possibile che una rivista germanofona pubblicasse un testo in altre lingue, e non tanto in inglese, quanto in francese e persino in italiano. Fu così anche per la relazione di Horn, che uscì nel n. 6 del 1912 (vol. 193) di quel periodico alle coll. 91-94 (a volte le pubblicazioni del tempo erano indicizzate per colonne, non per pagine).

Porta il curioso titolo Nota da un fenomeno luminoso osservato 1912 Ottobre 2, probabilmente dovuto ad un redattore non abituato all'italiano. Eccone il testo. 


Il giorno 2 del corrente mese d'ottobre trovandomi dopo il tramonto del Sole nella valle del fiume Nera, non lontano dalle rovine del ponte d'Augusto (60 km circa al nord di Roma) vidi in cielo sopra l'orizzonte Nord Est una zona di luce giallo verdastra che vinceva il colore del crepuscolo; il cielo allora perfettamente sereno e più ancora la forma regolare della zona solitaria escludevano che essa fosse una nube ordinaria. La figura geometrica che più le somigliava era quella d'un rettangolo che misurasse 20 gradi di base e 4 d'altezza; la base adagiata parallelamente all'orizzonte distava da esso 5 gradi circa. 

Mentre la figura era limitata da tre lati sensibilmente rettilinei, il lato inferiore appariva ondulato e comprendeva nella sua lunghezza quattro semionde di 5 gradi ciascuna; quest'ondulazione si ripeteva in sottili bande oscure anche nell'interno della zona e tutta la figura sembrava divisa in due parti uguali da una di queste bande più spessa e parallela come le altre all'orizzonte. Questa andò poco a poco dilatandosi invadendo le regioni più chiare e 20 minuti dopo il momento in cui m'ero accorto della presenza del fenomeno esso era scomparso (ore 7 t. m. E. c.) né più si ripresentò a sera inoltrata né all'indomani; la trasparenza dell'atmosfera fu durante il crepuscolo e nel corso di tutta la sera veramente eccezionale. 

Non fui in grado di notare alcun movimento nella zona, né fluttuazioni di luce, ma constatai che la sua intensità luminosa, generalmente uniforme, era attenuata leggermente nella regione circostante alla terza semionda (contando da Nord verso Est); col calar della sera l'apparizione si faceva più pallida e quando fu buia essa era già scomparsa.

Probabilmente il fenomeno era visibile prima che io me ne accorgessi, perché esso arrestò la mia attenzione non appena mi volsi per ritornare sul cammino già percorso, mentre prima, camminando secondo la corrente del fiume avevo il fenomeno alle spalle. 

La presenza in quei paraggi di correnti elettriche, provenienti da Terni ad altissima tensione (72000 volt) mi fecero sorgere per un momento il dubbio che la curiosa apparizione di là traesse la sua origine, ma i Fisici non hanno finora constatato intorno a fili conduttori fenomeni luminosi paragonabili con quello ora descritto, né le persone del paese, interrogate in presenza dell'apparizione, ricordavano d'aver mai veduto niente di simile.

La regione del cielo in cui la zona si è manifestata, il suo colore giallo verdastro e la rapidità del dileguarsi fanno pensare all'Aurora Boreale; per poter apparire in latitudini così lontane dal polo essa dovrebbe mostrato un'intensità considerevole in paesi più nordici, perciò prima di fare altre congetture conviene attendere le notizie di osservatori più settentrionali...

Osservatorio astronomico della R. Università di Bologna, 1912 Ott. 5. Guido Horn.


Da ciò che si capisce, Horn scorse il fenomeno alle 18.40 di mercoledì 2 ottobre 1912, basso sull'orizzonte in direzione NE (ma è plausibile che l'orizzonte verso il quale guardava avesse comunque un'elevazione notevole), mentre si trovava a camminare presso i resti del celebre ponte romano d'Augusto e costeggiava il fiume Nera, nel territorio comunale di Narni, in provincia di Terni.


Il Ponte di Augusto come appariva in una cartolina di inizi XX secolo.


Quel giorno il tramonto del Sole per la città di Terni era iniziato alle 17.50 e il crepuscolo terminava alle 19.26. Ciò significa che quando Horn vide il fenomeno il cielo era già relativamente buio. Per quanto mi riguarda sono incline a pensare più ad un fenomeno peculiare di diffrazione della luce solare che ad un'aurora boreale, stante pure la latitudine bassa e l'ora che ancora comportava una modesta quantità d'illuminazione diurna. A favore dell'ipotesi aurora potrebbe semmai militare la posizione a NE della "zona di luce giallo verdastra", ma questo dettaglio non mi pare affatto conclusivo. Ignoro se in quella data siano stati registrati fenomeni di quel tipo più a nord, ma certo è che nell'ottobre del 1912 il Sole era quasi al minimo del ciclo 14.

Devo la libera interpretazione grafica del "fenomeno di Horn" che vedete qui sotto alla mia artista preferita, Silvia Gardiol.













Dall'Archivio storico del Dipartimento di Astronomia dell'Università di Bologna sappiamo che il Fondo Guido Horn d'Arturo alla busta 1 contiene una lunga serie di lettere spedite dall'astronomo a vari suoi interlocutori.
Alcune missive elencate e che forse saranno presto recuperate dagli studiosi riguardano proprio il nostro fenomeno.

La prima, datata 5 ottobre 1912, è indirizzata all'astronomo tedesco Hermann A. Kobold (1858-1942), che a quel tempo dirigeva l' "Astronomische Nachrichten". Contiene una nota in tedesco che richiedeva la pubblicazione della relazione (in italiano) allegata e che quasi di certo era quella che poi apparve sul periodico.

Lo stesso giorno Horn mandò una seconda lettera a un astronomo e matematico torinese, Fiorenzo Chionìo (1886-?). Essa contiene un "articolo su un fenomeno classificabile come aurora boreale". Senza averla vista non possiamo assumere che concernesse il fatto di tre giorni prima, ma tutto pare indicarlo. Se presa così com'è si direbbe che anche con Chionìo Horn abbia ipotizzato trattarsi di un'aurora. Si direbbe che si fosse rivolto al torinese per ottenere la pubblicazione della descrizione in qualche altra rivista, ma non ne so di più. Avevo supposto potesse trattarsi della "Rivista di astronomia e scienze affini", con la quale Chionìo in quegli anni collaborava ampiamente, ma ad primo, sia pur rapido controllo su quelle pagine non risulta esser comparso alcunché.

Il 12 ottobre c'è una terza lettera contenente "ragguagli" sull'evento inviata all'astronomo Vincenzo Cerulli (1859-1927), a Roma.

Guido Horn d'Arturo è un personaggio interessantissimo per la storia del coinvolgimento degli astronomi nella questione dei presunti fenomeni UFO. Lo studio della sua personalità e delle sue carte è appena all'inizio, e anche il reperimento delle fonti sull'evento del 2 ottobre 1912 è agli esordi.

mercoledì 30 novembre 2016

Riprende le sue attività il blog del Progetto Clear Skies

Dopo troppo tempo passato in silenzio ma non inattivo, riprende le sue attività e i suoi regolari aggiornamenti questo blog, che presenta risultati, progressi e discussioni concernenti il Progetto Clear Skies del Centro Italiano Studi Ufologici.

Il progetto ha proseguito in questi anni il suo lavoro di raccolta e sistematizzazione di osservazioni di presunti fenomeni aerei insoliti effettuati da astronomi professionisti ed astrofili, ed oggi ne conta 1612, 511 dei quali relativi a fatti italiani.

Da oggi in poi il blog del Progetto Clear Skies sarà punto di riferimento per questo tipo peculiare di casistica ufologica.

Seguitelo con costanza per rimanere aggiornati. Su Twitter il Progetto Clear Skies non ha un suo account, ma le notizie da esso provenienti sono rilanciate dall'account ufficiale del Centro Italiano Studi Ufologici, @CisuUfologia.

Buona lettura.

Il coordinatore del Progetto Clear Skies

Giuseppe Stilo

venerdì 12 aprile 2013

Corpi in transito sul disco solare: un esempio recente

E' una delle questioni più controverse dell'intera fenomenologia di cui si occupa il Progetto Clear Skies: le osservazioni  del transito di corpi proiettati contro il disco solare, fatte con strumentazioni di ogni tipo.
 
Ce ne sono in gran numero sin dagli inizi del XVII secolo. Molte volte sono strettamente legate a controversie astronomiche di vario genere: quelle sulla natura delle macchie solari, sull'esistenza di pianeti infra-mercuriani, sulla natura dei meteoriti...
 
Il XIX secolo ne è davvero pieno: sovente queste osservazioni diedero vita a piccoli dibattiti sulle pubblicazioni astronomiche ed in molti casi furono ricondotte in modo più o meno soddisfacente al transito casuale di corpuscoli di vario genere (polveri atmosferiche, sostanze vegetali) o di insetti, oppure di uccelli isolati o in formazione interpostisi per caso lungo la linea d'osservazione, o ancora a qualche aerostato.
 
Questo blog avrà modo di discuterle ampiamente soprattutto per definire in modo rigoroso i caratteri delle manifestazioni e per ricostruire le linee delle controversie che le accompagnavano soprattutto in passato.
 
Da decenni questo tipo di osservazioni non si registra in numeri paragonabili a prima. Un'eccezione recente e non delle più significative fu quella menzionata in una breve lettera  pubblicata alla pagina L19 del vol. 77 (1983) del Journal of the Royal Astronomical Society of Canada.

Intitolata A Mysterious Object, la missiva era firmata da Todd Lohvinenko, un astrofilo della città di Winnipeg, nel Manitoba.

Eccone il testo:

Il 14 gennaio 1983 ho osservato un corpo perfettamente tondo, nero, attraversare il Sole. Il fenomeno è cominciato alle 17h 54' 23" UT, è terminato alle 17h 54' 26" UT ed è durato quindi tre secondi. Rispetto ad un disco solare proiettato con un diametro di 18 centimetri l'oggetto presentava un diametro di mezzo centimetro.

Ne ho parlato col sig. Ed Barker, del Manitoba Planetarium e lui mi ha suggerito che altre eventuali osservazioni fatte da altri punti della provincia o del Canada sarebbero utili per un'identificazione. Ho scritto anche al sig. Peter Taylor, della Divisione Solare dell'AAVSO e lui ha riferito il fatto alla sede centrale dell'AAVSO, a Cambridge, Massachusetts.

Sarei lieto di ricevere l'aiuto di altri membri della Royal Astronomical Society of Canada al fine di identificare quest'oggetto.

La lettera comprendeva un disegno con la traiettoria del corpo osservata dall'astrofilo lungo il disco solare. Lo potete vedere qui di seguito.

(Caso 1091 CDN 1983 del Progetto Clear Skies)


 

lunedì 8 aprile 2013

Isole Barbados, 7 dicembre 1978: una grande "Luna verde" tra le nubi

Il Journal of the Royal Astronomical Society of Canada esce a Toronto sin dal 1907. Seppur di rado, nemmeno questa rivista ha disdegnato in qualche occasione di pubblicare articoli in cui si descrivono osservazioni di presunti UAP ad opera di astrofili.
 
Uno di questi è quello firmato da Philip A. Stahl, della Barbados Astronomical Society, fondata nel 1956. Nel numero 3 (vol. 74) del 1980 del Journal, alle pp. 168-172 comparve il suo  articolo "Transient Optical Phenomena of the Atmosphere - A Case Study" in cui egli riferiva quanto era capitato meno di due anni prima all'astrofila Marjorie Fields, tra i fondatori della Barbados Astronomical Society, ed a suo figlio Richard Fields, ingegnere elettronico.

Ecco il report osservativo di M. Fields.

Il 7 dicembre 1978, alle 22.30 ora standard dell'Atlantico ero in piedi fuori dalla mia veranda, che guarda verso nord. Il cielo era completamente coperto e non si vedeva nemmeno una stella. La Luna era ad un giorno dopo il primo quarto e doveva trovarsi ancora ben visibile ad ovest. All'improvviso, di fronte a noi apparve un grande oggetto luminoso verde di dimensioni all'incirca pari a quelle della Luna piena quando appare all'orizzonte o prossima ad esso. Giunse da dietro una massa nuvolosa e scomparve dietro un'altra massa di nubi muovendosi in orizzontale da est verso ovest. Ne stimai la velocità angolare a cinque gradi al secondo.

Intorno ad esso le nubi furono illuminate da una luce verde brillante (non da un verde pallido). L'oggetto era rotondo, del tutto circolare. Non sembrava metallico. I contorni erano netti. Il modo migliore per descriverlo è chiamarlo una "Luna verde". Scomparve rapidamente così come era apparso, non in modo graduale. Fu osservato soltanto per un breve arco, non superiore ai dieci gradi. L'altezza rimase costante e la stimai in 30 gradi. Osservai l'oggetto per circa due secondi.

Nel prosieguo dell'articolo l'Autore cercava di avanzare una serie di ipotesi per render conto dell'avvistamento. Dopo aver scartato la possibilità di un miraggio ottico sia a causa delle condizioni meteorologiche prevalenti sia per l'angolo di elevazione riferito si diceva scettico che potesse essersi trattato di un qualche tipo di velivolo convenzionale, e questo a causa dei seri problemi che ponevano sia il comportamento sia la luminosità del fenomeno.
Invece si soffermava in maggior profondità su altre eventualità:

1. Un bolide

Secondo Stahl ad un primo sguardo si sarebbe detto che avrebbe potuto trattarsi di un fenomeno bolidare. Cominciava però col notare che sia a causa della brevità dell'avvistamento sia  per l'impossibilità di effettuare comparazioni, la stima della brillantezza fatta da Fields doveva essere accolta con prudenza.
Sosteneva poi che anche gli osservatori di meteore più addestrati avevano difficoltà nello stimare oggetti di luminosità < -6.0 mag. Inoltre, quando si tratta di oggetti molto brillanti (ad esempio, di luminosità molto superiore a quella di Venere) l'osservatore tende a descriverne la magnitudine come pari a quella della Luna piena o di un suo quarto. Quanto alle dimensioni apparenti, senza possibilità di confronti con altri oggetti quelle del fenomeno a suo avviso in realtà avrebbero potuto oscillare fra 10'arc ed 1°.
Ciò detto, le condizioni della copertura nuvolosa al momento del fatto militavano contro l'ipotesi meteorica. Fields aveva riferito che non c'erano stelle visibili e dunque l'oggetto doveva trovarsi fra alcuni nubi basse poste contro lo sfondo di strati di nuvole più alte. Una meteora avrebbe dovuto trovarsi sopra questi strati e perciò avrebbe subito un'attenuazione della luminosità pari a 5 mag o anche di più.
Dunque, avrebbe dovuto trattarsi di un bolide luminosissimo: ma nessuna segnalazione simile giunse al riguardo all'Ufficio Meteorologico Caraibico delle Isole Barbados o all'Harry Bailey Observatory, dove proprio in quel momento c'era del personale in attività.
Si doveva quindi pensare ad una causa più localizzata.

2. Un fulmine globulare

E' questa la soluzione che a Stahl appariva più plausibile: costanza dimensionale e di luminosità, forma sferica e durata breve lo facevano propendere per un fulmine globulare.
Era però costretto a discutere dimensioni angolari e distanza descritte dall'osservatrice: per essere coerente con la mediana dei diametri dei BL nota dalla poca letteratura che aveva presente nel suo articolo, Fields avrebbe dovuto sovrastimare la distanza e le dimensioni dell'oggetto a causa della difficoltà a valutarne la collocazione spaziale in mancanza di punti di riferimenti e del cielo notturno coperto.
In questo modo Stahl giungeva a pensare ad un corpo distante non più di 50 m da Fields.

Pur dicendosi soddisfatto della spiegazione proposta l'Autore concludeva accennando ad altre due "ipotesi altamente speculative considerate per completezza":
a)  un manufatto extraterrestre, considerato "estremamente improbabile": se non altro, si doveva ammettere che, per quanto noto all'Autore, i BL alle Barbados non erano mai stati registrati;
b) un fenomeno ottico o meteorologico sconosciuto: "è concepibile che esistano fenomeni atmosferici che devono essere ancora incorporati nel quadro concettuale ed empirico delle scienze. Occorre tuttavia chiedersi se sia bene considerare un'ipotesi del genere per un'osservazione che può essere spiegata in modo adeguato in termini più familiari".

Come visto, per cercare di spiegare l'oggetto come un BL Stahl aveva dovuto fare alcune inferenze sulla percezione di oggetti molto luminosi visti contro lo sfondo del cielo.

Proprio nell'anno in cui uscì quell'articolo, Richard F. Haines, uno psicologo della percezione che nel 2000 darà vita al National Aviation Reporting Center on Anomalous Phenomena, aveva pubblicato un classico che tutti gl'interessati allo studio scientifico dei possibili UAP dovrebbero procurarsi acquistandolo via web: si  tratta di Observing UFOs (Burnham/Nelson-Hall, 1980), un volume che a dispetto del titolo è il solo trattato di ottica pensato in modo esplicito per chi vuole occuparsi dei problemi posti dalla valutazione dei report osservativi degli UAP.


(Caso 1398 BBD 1978 del Catalogo Clear Skies)

giovedì 4 aprile 2013

Inghilterra 1846: "una piccola nebulosa gialla"

The Athenaeum fu un illustre settimanale letterario inglese del XIX secolo.  Pubblicato a Londra dal 1828 al 1923, popolarizzò anche molte questioni scientifiche e fra le altre le osservazioni astronomiche e quelle meteorologiche.
 
E' solo grazie ad un'altra rivista del tempo, The Magazine of Science - che riprodusse nel suo volume del 1846 (p. 353) una lettera pubblicata in The Athenaeum in una data precedente a me ignota - che sono giunto al corrente di questa osservazione. Sarebbe importante risalire alla fonte primaria della vicenda.
 
Non sono in grado di riferire con precisione nemmeno la data esatta del fatto: chi scrisse in origine la lettera riprodotta dal Magazine of Science, l'astrofilo J. T. Goddard, parlò della "sera di sabato scorso". Anche la località inglese dell'episodio non è chiara.
 
Ecco tutti i particolari noti.
 
Alle 23.50 ora di Londra, con il cielo perfettamente chiaro e con le stelle che brillavano di una luce nettissima, dopo che ebbi scrutato la volta celeste con cura e dopo aver fatto alcune osservazioni comparative della brillantezza delle stelle visibili nei pressi di Arturo, d'improvviso la mia attenzione fu attratta dalla comparsa di una debole luce che si trovava nella costellazione dei Cani da Caccia, simile ad una piccola nebulosa di una grandezza pari circa a quella di una stella di quarta magnitudine ma di un distinto colore giallo.

Dato che conosco bene quella porzione di cielo fui subito colpito da quell'apparizione, tanto che corsi in gran fretta al mio telescopio, che sebbene abbia un modesto potere d'ingrandimento possiede una buona capacità di messa a fuoco ed è molto luminoso. Priva di distorsione, essa apparve come quattro piccole stelle con al centro una nebulosa di una tinta arancio: da Alfa dei Cani da Caccia si mosse lentamente verso la Chioma di Berenice diventando più brillante.

La seguii per circa due minuti, quando scomparve ad AR 12h 2m Dec 10° 5' N. La sua altezza rispetto alla Terra probabilmente era considerevole ma non quantificabile da un singolo osservatore.

Goddard concludeva chiedendo ad eventuali altri osservatori inglesi di farsi avanti in particolare per ottenere l'altezza precisa del fenomeno, e domandandosi se gli addetti ai fari marittimi non avrebbero potuto dedicarsi in modo sistematico all'osservazione delle meteore.


(Caso 1532 UK 1846 del catalogo Clear Skies)


AGGIORNAMENTO

Lo stesso giorno della pubblicazione di questo post, il fisico  ed astronomo Albino Carbognani, informato di queste notizie, così ne ha commentato il contenuto sul suo profilo Facebook:

"Sembra la descrizione di un piccolo asteroide NEA con struttura a rubble pile che si frammenta durante un flyby stretto con la Terra in seguito agli effetti di marea. Le quattro stelline osservate sarebbero i frammenti dell'asteroide originario, mentre la nebulosa arancione sono le polveri disperse nello spazio in seguito alla frammentazione ed illuminate dal Sole. Probabilmente l'oggetto è sparito perché è entrato nel cono d'ombra della Terra".

Ringrazio il dott. Carbognani per l'intervento e per l'autorizzazione alla pubblicazione del suo parere.

 
  

lunedì 1 aprile 2013

Una classica fonte di equivoci con possibili UAP, ripresa e spiegata da un astrofilo

Nella pagina dedicata agli "eventi insoliti" dell'Italian Meteor and TLE Network, il 29 marzo è stato pubblicato un post relativo ad un fenomeno ripreso forse quella sera stessa da un astrofilo la cui stazione (gestita in remoto) è situata a Tortereto Lido (Teramo). 
 
Accompagnato da diverse stime e misurazioni, il report osservativo identifica la causa dell'evento in alcuni palloni multicolori lanciati da breve distanza dalla stazione osservativa in occasione di festeggiamenti locali insieme ad una "lanterna cinese".
 
Nel Catalogo Excel del Progetto Clear Skies figurano in effetti già adesso più di cinquanta osservazioni italiane e straniere (le più vecchie sono del 2008) che si ritiene possibile attribuire con un grado di confidenza più o meno elevato a lanterne cinesi o a loro evoluzioni più recenti e sofisticate.
 
Questo tipo di cause si rivela così fra le più insidiose anche per osservatori esperti come gli astrofili, che comunque in più di un'occasione sono i primi a sospettare per quanto da essi stessi rilevato che la causa del possibile errore sia di quel tipo.

venerdì 8 marzo 2013

Progetto Clear Skies: il catalogo sintetico delle osservazioni

Ho già spiegato che il Progetto Clear Skies ha per scopo la ricerca delle osservazioni di Fenomeni aerei non identificati fatte da astronomi ed astrofili. Queste osservazioni sono quelle il cui contenuto descrittivo potrebbe costituire un'evidenza, anche se debole dell'esistenza di fenomeni sconosciuti alle attuali conoscenze delle scienze naturali nel senso ampio del termine. 
 
 
La valutazione delle osservazioni
L'intenzione del progetto è quella di costruire dei dati che mettano in luce i possibili UAP. Per farlo, i casi sono suddivisi in alcuni raggruppamenti:
1. casi in cui è stato possibile formulare con un grado di probabilità via via più elevato una spiegazione in termini di cause convenzionali.  I casi sono raggruppati per singolo tipo di causa e per grado di probabilità identificativa secondo un livello crescente da "1" a "3" di confidenza nella spiegazione offerta (1: identificazione possibile; 2: identificazione probabile; 3: identificazione certa) in funzione inversa del numero di parametri fenomenici che occorre modificare per arrivare ad un'identificazione dell'episodio;
2. casi in cui le informazioni disponibili non sono sufficienti per emettere alcuna valutazione sulle cause di esso (livello d'identificazione "0");
3. casi relativi a presunti Fenomeni aerei non identificati (potenziale evidenza empirica per l'esistenza di uno o più tipi di UAP: livello d'identificazione "4").
 
 
Dati biografici degli osservatori
In specie per  i casi distanti nel tempo è particolarmente curata l'acquisizione delle informazioni biografiche. 
 
 
Interazioni ambientali e rilevazioni strumentali dei fenomeni
Tutti i generi di osservazione possono essere caratterizzate da due grandi gruppi di manifestazioni accessorie, ed essere misurate in modi diversissimi.
Le interazioni ambientali sono quelle in cui il fenomeno è associato in modo diretto o indiretto a supposti effetti elettromagnetici, alla produzione di tracce o al rinvenimento di residue o di sostanze, oppure ad effetti psicofisiologici sugli osservatori o su animali.
Le rilevazioni strumentali note finora hanno comportato l'ausilio di telescopi, binocoli e cannocchiali di ogni genere, di teodoliti, di macchine fotografiche analogiche e digitali, di CCD, di webcam, riprese filmate con pellicole tradizionali e digitali, ecc.
 
 
Il Catalogo sintetico delle osservazioni: un file Excel
Per disporre rapidamente di una base di dati generali alla quale riferirsi a fini comparativi ho creato un semplice file Excel che potrete trovare qui. Esso è tuttora largamente incompleto per ciò che concerne la valutazione dei casi.
 
Come vedrete, questo catalogo sintetico non contiene le descrizioni dei casi, ma solo i dati generali identificativi. Non contiene nemmeno le generalità degli osservatori dei casi italiani recenti. La tutela della riservatezza delle persone è fra i criteri fondamentali del Progetto Clear Skies. Nella maggior parte delle volte, tuttavia, le generalità sono note al coordinatore del Progetto, Giuseppe Stilo.
 
Il file contiene quattro fogli con numerosi campi il cui significato è intuibile con facilità.
Se ne precisano solo alcuni. Nel primo foglio:
 
  •  il primo campo è un codice univoco che identifica i singoli casi;
  • le sigle "AS" o "AF" indicano se i testimoni erano dei professionisti o degli astrofili;
  • Le sigle "D" o "N" stanno a segnalare se l'osservazione è iniziata primo o dopo il tramonto locale;
  • le sigle "INT" e "INS" identificano i vari tipi di interazioni ambientali o di rilevazioni strumentali dei fenomeni secondo quanto già accennato sopra;
  • per level of identification s'intende l'attuale grado di confidenza nella possibilità di ricondurre il caso a cause convenzionali e dunque di escludere possa contenere una qualche evidenza dell'esistenza di UAP, anche stavolta secondo le linee in precedenza esposte in questo post;
  • Causes dettaglia il tipo specifico di causa convenzionale che si è ritenuto possa aver generato l'osservazione. In questo blog saranno presentati di tanto in tanto casi di questo genere e saranno discusse le dinamiche relative alle mancate identificazioni da parte dei testimoni.
 
Nel secondo foglio figura il numero dei casi noti per Stato o per territorio.
Nel terzo sono riportati i numeri dei casi per i quali si conoscono interazioni ambientali o rilevazioni strumentali.
Infine, il quarto riassume i casi attribuibili ad ogni singola classe secondo la tassonomia Herb modificata usata dal Progetto e quelli relativi alla ripartizione osservazioni diurne/notturne.